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La storia

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Inuo: chi è costui?

Priapo, Pan, Inuo, Dioniso, Fauno... Chi è costui?

Della divinità Inuo (o Invo) sappiamo poco, era un nume di importanza minore per i romani, assimilato con Priapo, Pan, Lyceo, Lupercus, Incubus e Fauno, considerato propiziatore della fertilità dei campi e del bestiame. Il culto, tuttavia, non era proprio dei romani, ma ereditato e reinterpretato da una forma di venerazione pregressa connessa con la fertilità e la forza generatrice della natura. Macrobio lo vede come una rappresentazione del dio sole, il dominatore della materia, un'eco, dunque, di una divinità arcaica e potente come fu inizialmente Ianus. 
Inuo/Fauno aveva una controparte femminile in Inua/Fauna/Fatua o Bona Dea, madre del re Latino, sovrano dei Latini.

Ianus/Giano, nume del tempo, dell'inizio e della fine, sovrano della materia e dello spirito, fu inizialmente il dio del Sole ed aveva una sua controparte femminile in Iana/Diana, dea della luna.

Fauno è una figura della mitologia romana, era una divinità della natura. Era venerato sia come protettore dei raccolti e degli armenti (Inuus), sia per le sue facoltà di oracolo (Fatuus). Aveva un'equivalente femminile: Fauna e Fatua; nell'epoca storica fu identificato col dio greco Pan.
Man mano che il suo mito si sviluppava, assumeva sempre più una identità umana. Veniva chiamato anche
Luperco, in quanto difensore delle greggi dagli assalti dei lupi. Davanti alla grotta di Fauno (lupercale) sorgeva il fico sotto cui furono rinvenuti Romolo e Remo, allattati dalla dea lupa Luperca.
Il pastore
Faustulus che scopri i gemelli, sarebbe la personificazione di Fauno. Nelle comunità rurali veniva festeggiato il 5 dicembre con danze e processioni.
Le sacerdotesse della dea Lupa indossavano pelli di lupo e ululavano alla luna nei loro rituali. Esse praticavano anche una sorta di prostituzione sacra, e il loro tempio era chiamato lupanare, nome che poi indicò il postribolo. Luperca fu poi identificata con Acca Larentia, moglie del pastore Faustolo e nutrice dei gemelli fondatori di Roma. Era sempre una dea madre come suggerisce la parola Acca, raffrontata al sanscrito akka = madre, quindi Acca Larentia era la madre dei Lari. Con lo stesso nome i romani veneravano una ricca donna che lasciò tutta la sua fortuna al popolo, che in suo onore festeggiava i Larentali, in realtà commemorando una precedente divinità etrusca, in qualche modo associata ad una prostituta semidivina chiamata anche Faula. Nei larentalia si officiavano anche sacrifici ai Lares, gli antenati benevoli di etrusca memoria.
I Dauni-Luki, il popolo di Dauno-Fauno, cioè i Rutuli ed i Latini, secondo alcune ipotesi erano di origine anatolica, e tale nome li designerebbe come
uomini-lupo, che portarono in italia Luperco e Luperca, i loro animali-dei totemici. Dauno — Fauno sarebbe dunque anche Lukeros o Lucero, il re di Ardea che aiutò Romolo nella guerra contro i sabini.
In alcune versioni del mito Fauno è un antico re del Lazio, nipote di Saturno e figlio di Circe (figlia del sole) e
Pico (un antico dio italico della foresta e re che aveva la capacità di assumere la forma di qualsiasi animale). Secondo dei miti romani, ripresi poi nell'Eneide da Virgilio, Fauno era lo sposo di Marica, divinità delle acque, dalle quale ebbe Latino. A volte viene identificato con Dauno, figlio di Pilumno (altro nome di Pico o variante di Saturno) e Danae, fondatori di Ardea e progenitori di Turno.
Fauno perde lentamente importanza e viene soppiantato da Silvano, anch'egli divinità della selva e della campagna, era considerato temibile e pericoloso per i neonati e le partorienti. Temuto e venerato dai contadini, era uso placare il dio prima di dissodare un terreno, con una triplice cerimonia che ne invocava la protezione sui pascoli, sulle dimore e sui terreni. Per difendere le partorienti ed i neonati venivano invocati Pilumno e Picumno, due gemelli divini, figli di Saturno, aiutanti di Fauno.

Priapo nasce da Venere sedotta da Giove. Giunone (la moglie di Giove), gelosa, tocca il ventre di Venere incinta e maledice il nascituro promettendone la deformità. Venere si ritira a Lampsasco, dove partorisce un piccolo mostro con la testa da vecchio e con un sesso enorme, lungo quanto il resto del corpo. La Dea espone il figlio perché; venga ucciso (come consuetudine nel mondo greco con i neonati deformi), ma le donne di Lampsasco non vogliono che il piccolo muoia, desiderano invece che si metta al servizio della città per generare cittadini. I mariti si oppongono e Priapo è esiliato. Le donne, in lacrime, si rivolgono agli dei. Così una grave malattia colpisce il sesso di tutti gli uomini e per placarla Priapo viene richiamato in patria e venerato come dio dei giardini, incaricato di tener lontani i ladri e il malocchio, e di propiziare la fecondità dell'orto. Giunone interviene e fa sì che il sesso di Priapo stia perennemente irrigidito ma privo di piacere e sterile. Il culto di Priapo si diffonde in Italia intorno al III secolo a.C. e piacque ai pastori che nel gran fallo del piccolo Dio vedevano buoni auspici per la fertilità dei campi. L'asino, simbolo della lussuria bestiale, era l'animale consacrato a Priapo.
E' una figura della mitologia greca e romana, era considerato figlio di Dioniso e di Afrodite. Originario dell'Ellesponto o della Propontide, era la personificazione dell'istinto e della forza sessuale maschile, nonché; della fecondità della natura. Il suo ingresso nell'Olimpo avvenne in epoca tarda. Il suo culto venne introdotto in Grecia ai tempi di Alessandro Magno.Veniva collegato alle orge dionisiache o addirittura derivato da queste. Veniva personificato in un corpo deforme, con organi genitali esuberanti. Veniva venerato quale protettore delle greggi, dei pesci, delle api, dei giardini e degli orti.
Rappresentazioni tarde mostrano in alcuni casi Priapo bisessuato, con gli attributi sessuali sia maschili che femminili molto accentuati, a rappresentare la fertilità con entrambe le forze generatrici della natura. Uno di questi è la statua cosiddetta Maripara Priapo di Formello (II secolo d.C., rivenuta a Veio), che ancora nel 1889 suscitava nei contadini "ludibrio con segni d'ignominia da parte della plebaglia ignorante, la cui immaginazione si esalta ad impuri concetti". La statua è atteggiata in atto di offrire i frutti della natura. La parte femminile è evidente per via del seno e del chitone, la veste delle donne romane. La parte maschile, oggi testimoniata unicamente dalla testa di un uomo barbuto, era originariamente assai lampante, per via della veste sollevata ad esibire un grande fallo eretto, andato perduto decenni fa.
I romani lo confusero con una loro vecchia divinità che aveva lo stesso segno distintivo e che presiedeva alla fecondità degli uomini, Mutunus Tutunus, sul cui simulacro doveva sedersi la vergine appena sposata prima di consumare il matrimonio. Il dio, fu considerato simbolo della fecondità, protettore di orti e giardini, della navigazione, della pesca e delle api, nonché; degli amori licenziosi.

Pan è un caprone col volto umano, insidia le ninfe per possederle, è il dio della fertilità, dei boschi, protettore dei campi, degli ulivi e del vino. E' rappresentato con uno strumento musicale ricavato dalle canne acquatiche in cui fu tramutata Siringa, una delle ninfe che tentò di possedere. Questa divinità presiedeva anche l'ordine e l'armonia delle forze della natura. Pan aveva il potere di suscitare il "panico" (grande terrore) e di causare gli incubi più terribili durante il sonno. Odiava essere disturbato durante il pisolino pomeridiano. Viene spesso associato con Dionisio. Si ritiene che questa divinità, con l'espandersi del cristianesimo, abbia offerto le proprie sembianze al sopraggiunto Diavolo. Pan (o Pane) è una divinità arcadica della mitologia greca, era figlio di Zeus e di Calisto. In altre versioni viene indicato come figlio Ermes e di Driope (o di Enide o addirittura di Penelope). Era il dio delle greggi (Nomio) e delle selve. Aveva un aspetto grottesco: corna, barba, naso camuso, piedi caprini e la coda, con il corpo villoso. Era anche il protettore dei cacciatori e dei pescatori. Presiedeva al sonno che i pastori si concedevano all'ora del mezzogiorno, e poteva, con i sogni, rivelare il futuro o incutere terrore (timor panico) e per questo era chiamato anche Incubus. Abitava in caverne di luoghi solitari, accompagnandosi con ninfe e con satiri nei corteggi dionisiaci; amava la musica e la danza. Viene spesso associato con Dionisio ed appare connesso con i lupi, da cui il nome Pan Liceo. Altra divinità strettamente associata e sovrapponibile è Sileno, considerato figlio di Pan, anch'egli in parte animale e divinità dei boschi connessa con Dioniso.

Priapo, Pan e Dionisio, sono divinità venerate e rappresentate attraverso il fallo.

Inuo-Priapo si manifestava benigno ogni anno, intorno al 10 di Agosto, con una pioggia del suo seme fecondatore dal cielo, a garanzia di un ricco raccolto per l'anno successivo. Questo sciame meteorico annuale, è oggi noto come "lacrime di San Lorenzo", Curiosamente i luoghi connessi con il culto arcaico di Inuo, Priapo, Pan o Fauno, presentano anche una prossimità con il toponimo “Lorenzo” e con una antica chiesa dedicata a San Lorenzo. Forse l’associazione è arcaica, infatti la divinità etrusca, poi acquisita dai romani, Larenta, un tempo Madre Terra, poi sacra prostituta protettrice dei plebei e della fertilità dei campi, era assimilata proprio a Fauno e Luperco, quasi a costituirne la controparte femminile.
Tor San Lorenzo non fa eccezione, con l’antica chiesa del X secolo (adiacente la Torre).
Abbiamo trovato una interessante traccia, in ambiente cattolico, di un ipotizzato collegamento fra san Lorenzo martire, la cui festa a Roma era in passato seconda per importanza solo a quella dei santi Pietro e Paolo e la divinità del Sol Indiges. L'arcidiacono martire è ricordato dalla Depositio martyrum che testimonia di un culto già radicato al 10 agosto nel secondo decennio del IV secolo presso il suo sepolcro sulla via Tiburtina. Il nome del santo rimanda alla città o al territorio di Laurentum, e sappiamo che godeva di cittadinanza romana. Si ritiene che nacque intorno al 210 d.C., secondo la leggenda fu rapito da un demonio e portato nel bosco, dove fu trovato ai piedi di un Lauro. Il giorno in cui il suo martirio veniva onorato era assai prossimo a due ricorrenze care ai romani, il 9 agosto il sacrificio per il Sol Indiges sul colle del Quirinale ed il 12 agosto quello di Ercole Invitto al Circo Massimo. La pioggia di stelle cadenti divenne ricordo delle scintille della graticola del martirio. L'ipotesi è interessante e intrigante.

Sol Indiges. Antico culto italico solare, secondo Macrobio da associarsi alla più arcaica versione del culto di Janus-Giano. Nel complesso culto solare rientra il mito della fenice, che trova straordinaria corrispondenza nell'Airone, animale totemico di Ardea. Il significato della qualifica di Indiges non è ancora stato chiarito, ma sembra rimandare al concetto di "antico" e "profondo". "L'etimologia di Inuo rimanda al concetto di 'colui che è dentro' - spiega il dr Francesco Di Mario, direttore degli scavi di Castrum Inui — quella di Indiges rimanda a 'colui che agisce dentro' credo si possa considerare plausibile che siano due versioni della stessa divinità e che l'interpretazione di Macrobio possa essere più fondata di quanto generalmente si ritiene".
 

Siamo in presenza, a quanto pare, di molteplici denominazioni per una divinità che presidiava la fertilità degli uomini, dei campi e della natura stessa, con le sue potenti e selvagge forze generatrici, ma anche distruttrici, in un ciclo di nascita, morte, fertilità e rinascita. Un ciclo che prevede un principio maschile, boschivo e solare ed uno femminile, terreno, acquatico e lunare. Una divinità connessa col simbolismo del lupo, associato con questi stessi concetti in tutte le antiche civiltà. In Egitto è in forma di lupo che Osiride risorge dalla morte e la divinità dell'oltretomba Anubi era chiamato anche Impu, cane selvaggio. Oltre al lupo troviamo anche un curioso ricorrere del colore rosso: Priapo viene detto rosso custode degli orti, rosso era il vello indossato da Pan, in pietra rossa veniva scolpita l'immagine di Fauno e di rosso si tingevano i falli destinati a propiziare il raccolto e scacciare il malocchio (i corni porta fortuna ne sono dei discendenti). Rosso in etrusco si dice rutulus, e rutuli si chiamavano gli antichi abitanti di Ardea... 
Il culto di Inuo-Priapo, in questi luoghi particolari e per le genti che qui abitavano, nasconde probabilmente qualcosa di incredibilmente antico ed importante, al punto da lasciare sparsi curiosi indizi sia nel mutare delle divinità, sia nelle nomenclature delle zone, col passare dei secoli e dei millenni. Oltre al toponimo Castrum Inui, ancora oggi esistente come Incastro, il Nibby ad Ardea, un secolo e mezzo fa, segnalò Villa Priapi e fino a poco prima dell'anno 1000 c'era ancora un luogo chiamato Priapo o Orti di Priapo, dove nacque un prete di campagna che nell'anno 903 divenne papa con il nome di Leone V... magari tale luogo era proprio nei pressi della foce dell'Incastro.

 

Silvia Matricardi

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